Ci sono luoghi in cui la scienza compie miracoli silenziosi, ma le pareti sembrano remare contro la guarigione. È il paradosso cronico della sanità italiana, una dissonanza che in Puglia trova l’ennesima, emblematica conferma. Da una parte camici bianchi capaci di strappare i pazienti alla morte; dall’altra, strutture ferme nel tempo, figlie di un’edilizia sanitaria concepita senza empatia.
A sollevare il velo su questa contraddizione è Rocco Colucci, cittadino che ha deciso di prendere carta e penna per scrivere al presidente della Regione, Antonio Decaro. La sua non è la solita, rabbiosa denuncia per un caso di malasanità. Al contrario. È il resoconto di un trionfo clinico incastonato, purtroppo, in una cornice di desolante abbandono.
Il calvario della sua famiglia inizia a novembre, quando il fratello sessantaseienne finisce in coma profondo per la rottura di un aneurisma cerebrale. Al Policlinico di Bari l’intervento è un capolavoro di neurochirurgia. Poi, il lungo e delicato percorso riabilitativo, affidato all’unità ad alta intensità di Ceglie Messapica (di recente passata all’Asl di Brindisi). Anche qui, l’équipe dimostra una perizia rara: dopo quattro mesi il paziente torna a vivere, camminare, sperare. Un recupero che ha del prodigioso.
Eppure, a fronte di mani così sapienti, gli occhi dei malati sono costretti a posarsi sul vuoto. Le stanze in cui dovrebbero ritrovare sé stessi dopo traumi neurologici devastanti sono “spazi grigi e datati”. Ambienti in cui il tempo della degenza si dilata, appesantito da un’atmosfera opprimente.
«Abbiamo grandi professionalità, ma strutture abbandonate a se stesse», si legge nella lettera inviata a Decaro, che solleva un tema cruciale, spesso derubricato a vezzo architettonico: l’importanza curativa della bellezza. Chi affronta percorsi riabilitativi tanto lunghi ed estenuanti non ha solo bisogno di macchinari all’avanguardia. Ha bisogno di luce.
«Poter guardare il cielo, godere di uno spazio aperto o della vista degli alberi solleva il morale del paziente, trasformando l’estetica in medicina», riflette Colucci nel suo appello. Una lezione di civiltà che interroga direttamente i vertici regionali. Perché investire milioni in ristrutturazioni di facciata senza curare la vivibilità dei luoghi in cui il dolore si trasforma in rinascita, è un’occasione persa. Un ambiente accogliente non è un lusso: è il primo, fondamentale farmaco per chi deve ritrovare la forza di rimettersi in piedi.


























